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Berlino, venti anni dopo |
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« Ci sono molte persone al mondo che non comprendono, o non sanno, quale sia il grande problema tra il mondo libero e il mondo comunista. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che il comunismo è l'onda del futuro. Fateli venire a Berlino! ».
Queste le memorabili parole pronunciate dal presidente Kennedy in occasione della sua visita a Berlino il 15 giugno 1963. Due anni prima era accaduto qualcosa di terribile: oltre 155 km di cinta muraria avevano separato, in modo fisico, quello che già dopo gli accordi di Potsdam era stato virtualmente diviso dalla invalicabile cortina di ferro. Un uni***** nella storia dell’umanità, il muro serviva non già a proteggere dall’invasore ma ad impedire al cittadino/prigioniero di scappare.
In epoca postbellica, rappresenta la paradossale condanna del principio dell’autodeterminazione dei popoli, caldeggiato dalla Società delle Nazioni e definitivamente assimilato dalla successiva Organizzazione delle Nazioni Unite. Le mitragliatrici erano puntate all’interno, i checkpoint controllavano e dividevano persone che fino a pochi giorni prima vivevano assieme: la Ddr doveva tutelarsi e difendersi dalle devianze capitaliste della Rft. Eppure le emigrazioni passarono da 2.500.000 tra il 1949 ed il 1962, a 5000 tra il 1962 ed il 1989. I berlinesi dell’est, dunque, non erano poi così entusiasti del cosiddetto “socialismo reale”. Walter Ulbricht, capo di Stato della Ddr, parlò di muro di «protezione antifascista», ma in realtà fu proprio la prima pietra a sancire l’abdicazione del modello comunista. Quella che Walter Lippmann definì acutamente guerra fredda, all’inizio sembrava strutturata e orientata ad un sistema bipolare, due sistemi alla pari, che si proponevano e si affrontavano violentemente nello scenario internazionale. Col muro fu chiara e palese la sconfitta del modello sovietico, costretto a rinchiudere, in maniera decisamente radicale, i propri cittadini, pur di non farli scappare.
A questo punto, era lampante che gli esseri umani accettassero di vivere in una società comunista solo con costruzioni impenetrabili, filo spinato, cani e con colpi d’arma alle spalle. Il muro significava che il sistema sovietico non solo non attraeva ma piuttosto repelleva. E questo nel 1961 era ancora poco chiaro all’opinione pubblica internazionale.
Il muro è stato il trionfo della forza come unico strumento di consenso, il socialismo reale diventa dispotico, impone i suoi precetti e non vuole neppure che si veda il mondo da una prospettiva differente da quella da esso imposta.
Il 1989 è stato l’apogeo finale del processo di dissoluzione del comunismo. Tutto era iniziato nell’estate del 1961 e, nonostante timidi approcci diplomatici, da Willy Brand a Helmut Schmidt, l’esiziale cecità dei leader della Ddr perdurò fino a quell’incredibile 9 novembre. Erich Honecker, leader della Germania dell’est, qualche mese prima della dissoluzione del muro aveva dichiarato che l’esistenza del muro sarebbe stata assicurata per altri cent'anni. Poi ci furono Egon Krenz, Günter Schabowski, Helmuth Kohl, interpreti delle contingenze storiche, ma forse soltanto esegeti della volontà dei berlinesi, estenuati e distrutti da una situazione dilaniante.
I tedeschi avevano saldato il loro debito con la comunità internazionale: la Germania hitleriana, l’ideologia nazista, la shoah, il sovvertimento del precario ordine mondiale. Il 1989 è stato l’anno del loro riscatto.
Clio Pedone
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Postato il Sunday, 08 November @ 12:39:55 CET di canesecco |
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