Spesso ci si trova a celebrare e a rendere omaggio a personaggi di spicco, che nella storia hanno dato la propria vita per difendere gli ideali in cui credevano. Si parla di eroi nazionali di indiscusso valore. Esempi da diffondere in ogni occasione e da far conoscere ai giovani anche durante il proprio percorso scolastico. Tutto giusto. A volte però capita che dei piccoli eroi si manifestino anche in luoghi sperduti, fra la gente comune.
Individui dai quali non ci si aspetta chissà quali azioni per la funzione sociale che ricoprono. Per tale motivo spesso non ci si accorge di loro ed i mezzi di comunicazione, troppo impegnati a celebrare il culto della civiltà globalizzata, tendono a dimenticarli con estrema facilità. Eppure essi sono veri simboli d’azione pura. Impeti di vita che squarciano il cielo della mediocrità.
E’ il caso di Serena Mollicone, una giovane ragazza di Arce, tipico paese di campagna del frusinate. Una ragazza strappata troppo presto alle gioie adolescenziali. Strappata perché amava veramente quel dono di Dio chiamato Vita e perché aveva deciso di viverlo veramente, andando contro le infami mode moderne.
Serena aveva diciotto anni e si apprestava a terminare la scuola. Era una ragazza come tante. Una ragazza forse un po' ingenua, ma vera. Una rarità per il mondo in cui viviamo. Ed essendo tale non poteva lasciarsi ingannare dalle finzioni e dai subdoli artifizi, volti alla creazione di piaceri illusori, che la società le mostrava. Ma andiamo per ordine e facciamo una rapida narrazione dei fatti.
Era il primo giugno di nove anni fa quando il suo cadavere venne ritrovato nel boschetto di Anitrella (presso Arce), con mani e piedi legati e con un sacchetto di plastica che le avvolgeva la testa. Stesso sacchetto che, secondo il parere dei medici legali, la fece morire di una lenta asfissia e non del colpo precedentemente ricevuto alla testa. Per un lungo periodo si susseguirono ipotesi strampalate: sette sataniche, violenze a sfondo sessuale, problemi familiari. Ma niente di ciò era minimamente accostabile alla realtà dei fatti. Anche l’ipotesi che per più tempo venne cavalcata dagli investigatori, ovvero l’accusa al carrozziere Carmine Belli (il quale restò per diverso tempo in carcere), si rivelò totalmente infondata. L’unica ipotesi altamente probabile sul movente di questo tragico delitto è la stessa che ci fornisce il padre della vittima, il maestro elementare Guglielmo Mollicone. Serena aveva scelto di combattere lo spaccio di droga che avveniva nel suo paese, poiché non sopportava l’idea di vedere molti dei suoi amici rovinarsi la vita in quel modo. Non solo. Si era scagliata contro alcuni spacciatori, minacciando di denunciarli. In particolare, venne vista litigare ripetutamente con uno di loro, Marco Mottola, figlio dell’allora maresciallo dei carabinieri e comandante della stazione di Arce, Franco Mottola. A rendere tale descrizione ben più di una semplice supposizione ci sono due episodi particolarmente rilevanti. Il primo è che l’ultimo posto dove venne vista Serena - secondo la testimonianza resa agli investigatori dal brigadiere Santino Tuzi nell’aprile del 2008 - era proprio la caserma di Arce. Il secondo, molto più grave, e che poco giorni dopo aver rilasciato tale dichiarazione il brigadiere si è suicidato. Per gli inquirenti si trattò di un classico suicidio di matrice sentimentale, ma secondo i familiari e gli amici del Tuzi c’entra fortemente la vicenda della povera ragazza di Arce. Inoltre, nei giorni successivi al suicidio, il brigadiere avrebbe dovuto sostenere un nuovo interrogatorio in cui si sarebbe dovuto confrontare con il suo ex comandante Mottola.
Non è necessario dilungarsi oltre per capire il destino crudele che ha colpito questa giovane ragazza. Si può solo sperare che l’infame assassino sia identificato e assicurato alla giustizia.
Il caso di Serena ci permette di affermare quanto sia labile il confine tra coraggio e viltà. Tra ribellione e collusione con un sistema marcio. Il suo sacrificio non deve essere vano. Il suo sguardo, simbolo esemplare di bellezza autentica, deve restare fisso nella mente comune ed infondere negli animi il coraggio necessario per affrontare, come lei ha fatto, la codardia di alcuni miserevoli individui.
Davide Sartori