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L'inferno è in Tibet |
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Da decenni la Cina compie impunemente un genocidio che sta cancellando dalla storia un popolo che di certo non può essere accusato di fomentare il terrorismo. La Cina ha invaso ed occupato militarmente il Tibet nel 1949; da allora le autorità di Pechino arrestano sistematicamente chi sventola od espone la bandiera nazionale tibetana e strappano la lingua con le tenaglie a chi osi gridare: «Viva il Dalai Lama!».
La storia inizia quasi un secolo fa, nel 1912, quando il Dalai Lama dichiara unilateralmente la separazione del Tibet dalla Cina; l’indipendenza però non è riconosciuta. Nel 1951 si riaprono le fratture: la neonata Cina comunista di Mao Zedong manda le sue ondate rivoluzionarie ad annettersi quel regno millenario chiuso tra i picchi dell’Himalaya.
Le Guardie rosse hanno distrutto uno dei maggiori patrimoni culturali dell’umanità, a cominciare dai templi buddisti, ed hanno soffocato ogni forma di libertà. I diritti dei Tibetani sono stati costantemente calpestati dopo l’esilio del Dalai Lama (1959), senza tollerare alcuna forma di solidarietà verso questo popolo nemmeno all’interno dei confini cinesi.
Non è possibile, oggi, stimare il numero delle vittime di questa guerra silenziosa, vista la censura opprimente e la chiusura totale nei confronti di ogni organo di stampa indipendente. Una riprova si è avuta durante le Olimpiadi di Pechino, con il completo oscuramento dei siti internet a disposizione della stampa internazionale. Tuttora in Cina l’invasione e l’annessione vengono spacciate per «liberazione» - il governo tibetano è stato costretto a firmare un accordo che di fatto reintegra il Tibet alla Cina.
Da più di mezzo secolo le rivolte e le repressioni non si sono mai arrestate. Il Tibet «tranquillo», come denominato dai mezzi di comunicazione cinesi, è un Tibet in stato d’assedio: frontiere chiuse, oscuramento di internet, carri armati, posti di blocco, 100mila militari a controllare strade e monasteri. Alcuni corrispondenti stranieri in Cina, inoltre, hanno denunciato diversi casi di cronisti detenuti in violazione della legge cinese sulla stampa.
Non sappiamo se filtri qualcosa delle tante e generose manifestazioni di solidarietà che si svolgono in tutto il mondo e del discorso che il Dalai Lama (esiliato in India) ha tenuto davanti a migliaia di persone a Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio. Un discorso duro, nel quale il capo spirituale tibetano ha puntato l’indice contro le campagne di repressione che la Cina ha condotto dal 1959 ad oggi: «Torture e tremendi patimenti, che hanno gettato i Tibetani in uno sconforto e in una sofferenza da inferno in terra». Eppure il Dalai Lama non ha chiesto l’indipendenza del Tibet, ma la sua «legittima e concreta autonomia, che abiliterebbe i tibetani a vivere entro la struttura della Repubblica popolare», come prescrive la stessa Costituzione cinese.
Le Olimpiadi potevano rappresentare un segnale di svolta, ma la totale chiusura di Pechino ha portato invece alla più imponente scorta alla fiaccola olimpica di tutti i tempi; ogni forma di protesta, anche negli Stati liberi, è stata stordita dai governi preoccupati da ragioni di carattere economico. Il regime comunista cinese resiste ancora ma resiste anche la voglia di libertà del popolo tibetano.
Sono passati cinquanta anni dalla rivolta di Lhasa, quando il popolo tibetano insorse contro l’oppressione della Cina, quando moltissimi tibetani furono uccisi ed il Dalai Lama fu costretto all’esilio. Quando un popolo è oppresso l’unica speranza che nutre è l’intervento esterno di forze amiche; tutti i popoli e gli uomini liberi del mondo facciano in modo che i Tibetani non si sentano mai soli nella loro lotta.
Antonino La Torre Il Tricolore Maggio 2010
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Postato il Tuesday, 01 June @ 22:42:16 CEST di canesecco |
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