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Notizie dalla Redazione Noi e il grande Giano  
    Conoscemmo Giano Accame nel giugno di tre anni fa. La Scuola romana di filosofia politica – ovvero il cenacolo di studiosi che gravita intorno a Gian Franco Lami – aveva organizzato una due giorni sul filosofo cattolico Augusto Del Noce. Vedemmo che tra i relatori figurava anche il nome di Giano Accame… e per noi fu subito un sussulto di gioia: Accame è sempre stato un mito per la destra giovanile… ed ora avevamo la possibilità non solo di ascoltarlo ma anche di parlarci a tu per tu.

Chiesi al nostro «nume tutelare» di presentarmi a Giano Accame per un’eventuale intervista; Lami accolse la richiesta e mi presentò al cospetto di questo omone alto almeno un metro e ottanta; un anziano signore sempre sorridente che anche solo nel parlare esprimeva vitalità. Nello stringergli la mano quasi mi inchinai; era il segno della riverenza che la generazione dei ventenni nutriva nei suoi confronti.

Nella pausa pranzo gli chiedemmo l’intervista; ci rispose che potevamo fargli visita nella sua casa al Lungotevere dei Mellini; insistemmo per farla subito, come se fosse l’ultima occasione per parlarci. Ci facemmo prestare lo studio del professor Lami, all’ultimo piano della facoltà di Scienze politiche della "Sapienza". Ufficialmente dovevamo intervistarlo per la nostra rubrica "Colloqui evoliani", essendo nota nel nostro ambiente culturale la sua vicenda sessantottina. Dopo la prima domanda ci rendemmo conto – se mai ce ne fosse stato bisogno – che non ci trovavamo davanti un vecchio rimbambito ma il custode di una cultura che per noi era linfa vitale. Giano Accame è famoso anche per essersi arruolato nell’esercito della Repubblica sociale italiana… il 25 aprile 1945. Avevamo il sospetto che fosse soltanto una delle tante leggende metropolitane che girano nell’ambiente, così imboccammo l’argomento diversamente: «Lei si arruolò nella Rsi negli ultimi giorni di guerra… ». Accame sorrise e disse: «Sì, l’ultimo giorno… Naturalmente non avevo capito che era l’ultimo; sembra un po’ una cosa ingenua e stupida però mi sono arruolato il mattino del 25 aprile 1945 nella marina repubblicana e la notte ero già in prigione a Brescia in una scuola elementare». Di riflesso ci mettemmo a ridere anche noi… forse anche per un moto d’orgoglio: Giano Accame, l’ultimo ragazzo di Salò, intervistato da noi. L’intervista andò avanti per più di un’ora. Accame era un fiume in piena; un po’ per riverenza, un po’ perché ci piaceva ascoltarlo, non potevamo assolutamente interromperlo. L’intervista si concluse quando l’addetto alla sorveglianza ci cacciò via dal dipartimento di Studi politici. Ovviamente non avevamo parlato solo di Evola; Accame ci aveva parlato di tutto lo scibile del Novecento: dal fascismo all’importanza degli studi economici, dal Sessantotto alla questione palestinese. Lui era filo-israeliano: «La produttività degli Ebrei è certamente superiore ad un Corano appena leggiucchiato e trovato più noioso di Mille e una notte… Un miliardo di musulmani o cento milioni di arabi non hanno prodotto tanta intelligenza quanto dodici milioni di ebrei»; poi la freddura mefistofelica, che non ti aspetti: «In ogni caso sono cose di cui si può discutere ma considero intollerabile che degli ariani debbano litigare tra loro per delle risse tra semiti». Accame non era razzista, era solo un simpatico fascista.

La sera a cena a Fiuggi, in direzione di Alatri – patria del professor Sessa – la «gioventù lamiana» si sedette tutta allo stesso tavolo. Accame si era attardato nella stanza a lui assegnata, così quando scese nella sala ristorante trovò tutti già seduti. Lo vedemmo arrivare da lontano e fermarsi un po’ smarrito, indeciso su dove sedersi visto che quasi tutti i tavoli erano occupati. Si avvicinò al nostro tavolo, dove c’erano un paio di sedie vuote: «È libero ragazzi?». «Certo, si sieda!». Accame era felice di stare tra noi e noi ancor di più di cenare con lui. Lo tempestammo di domande. Lo provocammo anche, a dire il vero… E vennero fuori dei giudizi impronunciabili su Gianfranco Fini… Ed altre uscite, per noi esilaranti, come quando ci disse che aveva paura dei lettori di Libero perché erano come Vittorio Feltri, con la bava alla bocca. Scoprimmo di avere un amico in comune: Gaio Bacci, direttore responsabile di questa testata. Più tardi si avvicinò il professor Lami: «Ti piace stare insieme a giovani, eh?». Lami ed Accame erano amici di vecchia data; era felice di vederlo ridere tra noi. Negli ultimi tempi Accame aveva passato dei problemi di salute, accentuati anche dalla vicenda giudiziaria del figlio Nicolò (coinvolto nell’affaire Storace) e dalla tragica morte del genero Giuseppe Dimitri.

Incontrammo Giano Accame anche al convegno Evola e la politica (organizzato sempre da Lami e Sessa) ma quella sera a cena non si è più ripetuta. Invitammo Giano Accame a due conferenze che organizzammo in Sabina: la presentazione di La fiamma e la celtica di Nicola Rao e quella di 1968. Le origini della contestazione globale di Marco Iacona; entrambe le volte non poté venire perché lui l’estate la passava a Loano, nella sua amata riviera ligure.

Ancora conservo il suo numero di casa nella rubrica telefonica del cellulare, sotto la voce Accame. Ma per noi sarà sempre e solo Giano, anzi: il grande Giano.


Marco Cossu
Il Tricolore
Maggio 2010
 
     
  Postato il Tuesday, 01 June @ 22:49:09 CEST di canesecco  
   
 

 

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